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Data inserimento: 3/9/2010 8:13:22 PM
Sul cammino di Samarcanda

Una collezione di oggetti tradizionali di popoli nomadi e semi nomadi dell'antica Via della Seta per la prima volta a Roma a Sala Margana, piazza Margana 41, dal 20 al 28 marzo 2010.
Viene presentata una collezione di oggetti tradizionali di popoli nomadi e semi nomadi dell’Asia centrale che, pur se destinati spesso all’uso quotidiano, sono di grande bellezza e anche di grande allegria, in contrasto con le loro condizioni di vita spesso difficili.
Turkmeni, Uzbeki, Tagiki, Kirghisi hanno in comune una lingua di origine turca, una storia travagliata – dalla conquista alla deportazione – ai confini o sulle tappe dell’antica Via della Seta; una religione, l’Islam, ma anche le vicissitudini della loro integrazione, spesso dolorosa, nell’Impero Russo e poi nell’Unione Sovietica.
Questi popoli, di tradizione nomade o semi-nomade, con un modo di vivere similare, hanno elaborato nel corso dei secoli un artigianato di grande ricchezza - molte volte rappresentato da oggetti splendidi - che mantiene radici comuni e allo stesso tempo lascia spazio all’immaginario o alle tradizioni peculiari di ciascuna etnia.
Diverse influenze sono riconoscibili in questa produzione – Iran, Asia dell’est, India. Il relativo isolamento geografico e culturale dei clan turkmeni, che ha consentito che si conservasse a lungo, e tuttora lo consente, il loro modo di vivere nomade, può giustificare il fatto che l’artigianato o gli ornamenti abbiano meno subito le influenze esterne, come è accaduto invece ad altri gruppi che si sono urbanizzati.
La conversione di questi popoli nomadi all’Islam è stata nel suo complesso relativamente superficiale. Le loro devozioni e pratiche religiose sono rappresentate in gran parte da amuleti che li proteggono dal “malocchio”, sopravvivenza di credenze sciamaniche.
Il numero e la varietà degli amuleti dimostra allo stesso tempo come la religione popolare dei turkmeni e degli altri popoli della regione prenda le distanze dai dogmi della teologia islamica ortodossa.
Con l’urbanizzazione, la produzione di massa e gli standard della globalizzazione, queste meravigliose creazioni e memorie sembrano purtroppo destinate a scomparire.
Viene presentata una collezione di oggetti tradizionali di popoli nomadi e semi nomadi dell’Asia centrale che, pur se destinati spesso all’uso quotidiano, sono di grande bellezza e anche di grande allegria, in contrasto con le loro condizioni di vita spesso difficili.
Turkmeni, Uzbeki, Tagiki, Kirghisi hanno in comune una lingua di origine turca, una storia travagliata – dalla conquista alla deportazione – ai confini o sulle tappe dell’antica Via della Seta; una religione, l’Islam, ma anche le vicissitudini della loro integrazione, spesso dolorosa, nell’Impero Russo e poi nell’Unione Sovietica.
Questi popoli, di tradizione nomade o semi-nomade, con un modo di vivere similare, hanno elaborato nel corso dei secoli un artigianato di grande ricchezza - molte volte rappresentato da oggetti splendidi - che mantiene radici comuni e allo stesso tempo lascia spazio all’immaginario o alle tradizioni peculiari di ciascuna etnia.
Diverse influenze sono riconoscibili in questa produzione – Iran, Asia dell’est, India. Il relativo isolamento geografico e culturale dei clan turkmeni, che ha consentito che si conservasse a lungo, e tuttora lo consente, il loro modo di vivere nomade, può giustificare il fatto che l’artigianato o gli ornamenti abbiano meno subito le influenze esterne, come è accaduto invece ad altri gruppi che si sono urbanizzati.
La conversione di questi popoli nomadi all’Islam è stata nel suo complesso relativamente superficiale. Le loro devozioni e pratiche religiose sono rappresentate in gran parte da amuleti che li proteggono dal “malocchio”, sopravvivenza di credenze sciamaniche.
Il numero e la varietà degli amuleti dimostra allo stesso tempo come la religione popolare dei turkmeni e degli altri popoli della regione prenda le distanze dai dogmi della teologia islamica ortodossa.
Con l’urbanizzazione, la produzione di massa e gli standard della globalizzazione, queste meravigliose creazioni e memorie sembrano purtroppo destinate a scomparire.
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