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ColosseoDi tutti i monumenti pervenuti a noi dall’antichità l’Anfiteatro Flavio, vero nome del Colosseo, è il più famoso del mondo, tanto da essere diventato il simbolo stesso di Roma, della sua grandezza, della sua eternità. Come tutto il centro storico di Roma, il Colosseo è nella lista dei Patrimoni dell'umanità dall'UNESCO dal 1980. Nel 2007 il complesso è stato inserito fra le "Sette meraviglie del mondo moderno". VISITARE IL COLOSSEO Il Colosseo è aperto alle visite tutto l'anno tranne il 25 dicembre ed il 1° gennaio dalle ore 9 fino ad un'ora prima del tramonto. Il costo dei biglietti di ingresso è di € 10,50, ma può variare in funzione di particolari eventi e mostre con un costo aggiuntivo di € 2. Il Colosseo è direttamente raggiungibile dalla Stazione Termini grazie alla fermata Colosseo della metropolitana linea B inaugurata il 10 febbraio 1955. STORIA DEL COLOSSEO La predizione di un monaco medioevale, il venerabile Beda, ci conferma quanto l’immagine del Colosseo fosse strettamente legata a quella di Roma: “Finché starà il Colosseo starà Roma; quando cadrà il Colosseo cadrà Roma, e quando cadrà Roma finirà anche il mondo.” Ma al di là della bellezza e dell’imponenza, grande è stata l’attrazione che questa costruzione ha esercitato per l’uso cui era adibita. Nel Colosseo, infatti, non si svolgevano rappresentazioni teatrali o corse di cavalli e di carri come nelle altre arene, ma lotte mortali tra uomini e tra animali e uomini. Lotte che venivano chiamate “giochi” e che si concludevano con la morte di buona parte dei protagonisti. Questi giochi non erano un’invenzione romana; infatti il rito del sacrificio umano era già praticato da Etruschi, Cartaginesi e Greci con l’uccisione dei traditori o dei nemici vinti che venivano dati in pasto alle belve. A Roma il sacrificio umano era stato abolito fin dal 97 a.C., ma venne mantenuto nei circhi sotto forma di duello, caccia o esecuzione capitale. L’aspetto più sconcertante di questa usanza è l’entusiasmo con cui il pubblico seguiva lo spettacolo. Le lotte senza scampo tra gli uomini e le belve erano considerate prove di coraggio e di valore che l’imperatore e il pubblico tanto più apprezzavano quanto più erano feroci. La costruzione dell’anfiteatro era stata voluta dall’imperatore Tito Flavio Vespasiano soprattutto per motivi politici. Roma infatti, in quel periodo al massimo della sua potenza e del suo splendore, capitale di un Impero che comprendeva tutto il mondo conosciuto, attraversava all’interno un momento particolarmente difficile: cinque degli ultimi sei imperatori erano stati uccisi e folle di poveri e di disoccupati si aggiravano per la città distrutta dall’incendio di Nerone. Per distrarre le masse dalla miseria e dall’emarginazione e garantire in una certa misura l’ordine, fu assicurato a tutti panem et circenses. Si appagava cosi la plebe con la distribuzione gratuita di cibo e con il libero accesso ai circhi. Ma gli spettacoli davano al popolo romano, oltre alla possibilità di divertirsi, anche quella forse unica di incontrarsi con l’imperatore. Infatti la plebe, sebbene fosse seduta ben distante dal posto occupato dal principe, aveva l’illusione di partecipare con lui ai giochi e di dividere con lui il potere di vita odi morte sugli uomini che lottavano nell’arena. La costruzione dell’anfiteatro durò dal 72 all’80 d.C. L’imperatore Vespasiano, che l’aveva voluta e ne aveva fatto iniziare i lavori sollecitandone la conclusione, mori lasciandola a metà e l’opera fu terminata da suo figlio Tito che l’inaugurò con festeggiamenti durati cento giorni. Le ultime decorazioni furono eseguite sotto il regno di Domiziano, fratello di Tito, ed è dal nome della famiglia dei tre imperatori che l’anfiteatro fu detto Flavio. Prima di entrare nel Colosseo facciamo un giro per ammirarlo dall’esterno. È un enorme anello alto 56 metri e formato da quattro piani, i primi tre ad arcate e l’ultimo in muratura piena. Dalla sua forma ovale ha tratto il nome di “anfiteatro”, termine di origine greca che significa “teatro in circolo”. Nel luogo dove fu costruito il Colosseo, prima c’era il lago della Domus Aurea, che era la reggia di Nerone. Il lago fu prosciugato e si dovette poi sbancare il fondo per raggiungere uno strato compatto di tufo su cui si potesse edificare. Per colmare il dislivello tra la superficie di fondazione e quella stradale si costrui un altro piano, che fu poi interrato, su cui poggia l’edificio. L’acqua che alimentava il laghetto prosciugato è però ricomparsa tra i suoi basamenti. Racconta infatti lo storico Gregorovius che nel 1866, mentre si eseguivano alcuni scavi per cercare un tesoro segnalato da antiche carte, una fiumana d’acqua “che si riversava attraverso il Colosseo come un torbido torrente” costrinse i ricercatori ad interrompere i lavori. La costruzione del gigantesco anfiteatro impegnò migliaia di operai; è stato calcolato che la superficie del cantiere non sarebbe stata abbastanza grande da contenerli tutti insieme. L’intervento contemporaneo di questi operai fu reso possibile suddividendo il lavoro nei vari piani. Dapprima s’innalzò una gabbia di pilastri di travertino, simile alle moderne strutture di cemento armato, collegati tra loro da archi e volte; poi, procedendo simultaneamente nei diversi piani, si costruirono i muri di riempimento fra i pilastri, in pietra e mattoni, e tutte le opere di finitura. Ma chi ha inventato questo sistema ingegnoso? E chi fu il progettista del Colosseo? Questi interrogativi non avranno mai risposta. Dei meravigliosi edifici romani, come il Pantheon o la Mole Adriana, si conosce sempre il nome del potente che ne ha ordinato la costruzione, e quasi mai quello dell’architetto che li ha progettati e che ne ha diretto i lavori. I grandi uomini artefici ditali opere resteranno ignoti. Per costruire nel modo più rapido possibile l’anfiteatro, dato che l’imperatore Vespasiano era vecchio e metteva fretta, si ricorse a vari accorgimenti che qui sarebbe lungo descrivere. Ad esempio, si usarono elementi costruttivi “modulari”, cioè tanti pezzi tutti uguali e pronti per l’utilizzazione, che venivano preparati fuori dal cantiere; il cantiere stesso era suddiviso in settori che procedevano indipendentemente l’uno dall’altro. Squadre di specialisti lavorarono con disciplina militare e con la perizia propria della manodopera romana, in una gara di sollecitudine e di bravura. L’enorme fabbricato venne edificato in otto anni e ne occorsero poi mille, ossia dalla caduta dell’Impero alla fine del ‘500, quando il papa proibi le demolizioni, per ridurlo nello stato in cui lo vediamo oggi. Entriamo nel Colosseo passando tra due degli 80 muri radiali che formano l’ossatura dell’anfiteatro e sbuchiamo nell’arena. Siamo circondati dall’ampia cavea, delimitata nella parte superiore da un alto muro sulle cui gradinate prendevano posto gli spettatori. La superficie dell’arena è ormai soltanto un enorme buco dal cui fondo emergono le mura dei sotterranei. Quello che vediamo oggi è lo scheletro dell’edificio, ma proviamo ad immaginare come doveva essere duemila anni fa. I cinque ordini di gradinate circolari potevano ospitare 60.000 spettatori, rigorosamente divisi secondo il ceto. A qualche metro d’altezza dall’arena c’era il podio, cioè la tribuna in marmo guarnita di velluti riservata all’imperatore e alla sua famiglia. A fianco sedevano i senatori, vestiti con le candide tuniche, le Vestali e le alte cariche dello Stato. Nelle gradinate prendevano posto, via via sempre più in alto, gli spettatori appartenenti al ceto medio e le personalità di minore riguardo, e alla fine la povera gente, cioè la plebe. Poiché questa era anche divisa per sesso, le donne occupavano l’ultimo ordine, il più alto, sotto un loggiato di legno che coronava la cavea. Ogni spettatore, munito di tessera gratuita con indicato il numero del settore e del posto, entrava dall’arcata corrispondente al suo numero e, seguendo un preciso percorso, sbucava da una delle porte chiamate vomitoria in prossimità del suo posto. L’organizzazione dei percorsi era talmente ben studiata che, in caso di necessità, l’anfiteatro poteva essere sfollato in pochi minuti. Quando il sole era troppo forte, per riparare gli spettatori si stendeva un immenso tendone, chiamato velarium, che ricopriva tutto il circo. Il velano scorreva su un sistema di funi sorrette da 240 pali, i quali passavano attraverso i fori del cornicione per puntellarsi esternamente su 240 mensole di travertino. Le operazioni di apertura e chiusura del velano venivano eseguite da una squadra di marinai della flotta imperiale che alloggiavano in caserme appositamente costruite nelle vicinanze dell’anfiteatro. L’arena ove si svolgevano i giochi era separata dalle gradinate mediante un’alta rete metallica che impediva assalti da parte delle belve. Il ripiano dell’arena era fatto di tavoloni, con uno strato di sabbia gialla sopra, che ricoprivano i locali sotterranei detti ipogei. Gli ipogei, che ora abbiamo ben visibili sotto i nostri occhi, servivano da magazzini per i materiali, da ricovero per gli animali e da deposito per gli scenari. Questi ultimi, che rappresentavano costruzioni, alberi, rocce o paesaggi, potevano all’occorrenza scorrere su piani inclinati ed emergere nell’arena tra lo stupore del pubblico. Per l’uscita delle belve funzionava un meccanismo altrettanto ingegnoso che utilizzava 32 montacarichi impiantati nello spessore del muro intorno all’arena. Prima dello spettacolo le fiere venivano fatte passare lungo camminamenti strettissimi, che vediamo nel sotterraneo, e spinte in buie gabbie. All’inizio dei giochi le belve erano introdotte nei montacarichi che funzionavano con dei contrappesi. Ad un segnale convenuto si sganciavano tutti i contrappesi e le fiere, portate in alto verso la luce e lasciate libere, irrompevano contemporaneamente in tutta l’arena. ( Testi consultati: Scoprire Roma )

 

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